MY PERSONAL HERO
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A dream of togetherness
Turned into a brighter mess
A faint sigh my spoken best
Now, now
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Nello spreco.
In questi giorni di vacanza tra il 25 aprile e il 1 maggio avrei dovuto studiare i cristalli, le rocce, la struttura della terra, i suoi movimenti e le mutazioni da essi provocati, orogenesi, tettonica a zolle e simili. Una quantità estenuante di pagine, infiniti nomi specifici da imparare e altre inutilità scientifiche. Tutta piena di buona volontà mi ero promessa di leggere ogni capitolo con calma, sottolineando, suddividendo, numerando, organizzando prima sul testo i concetti, poi schematizzando a mano scrivendo grazie ad appunti pieni di frecce, numeri e rimandi, secondo un ordine preciso che mi desse un’impalcatura mentale abbastanza solida per poter ricordare tutti quei noiosissimi dettagli tecnici, la cui unica utilità ora (e per sempre, spero) è quella di garantirmi la sufficienza in scienze. Ovviamente l’impegno è andato scemando già dopo il secondo giorno, un sabato, in cui la preoccupazione più grande era quale borsa indossare quella sera (che poi la sera stessa sia stata praticamente un disastro, una schifezza giovanile di prim’ordine, in cui dei ragazzetti senza peli sulle gambe hanno provato a sedurre le mie amiche ventenni, per scoprire (anche se si intuiva), poi, con grande frustrazione, che alcuni di loro frequentavano la quinta ginnasio - quinta! - di un certo quotidianamente visto liceo; oltre allo sbigottimento per aver trovato dei quindicenni in un tale posto - io alla loro età e a quell’ora dormivo - rimaneva l’irritazione di aver dedicato loro un po’ del mio tempo, e non tanto per la possibile lusinga che derivava dal loro sgranato interesse per noi maggiorenni, quanto perché mi sembravano innocui e non volevo essere sgarbata; eppure il fastidio per ora rimane perché sento qualcosa di infantile, nel mio perdere tempo in certi luoghi con quei quindicenni, sentendo lo stesso la necessità di ribadire i dieci anni di differenza tra loro e chi frequento, e si dovrebbe andare oltre). La domenica si prospettava in un certo senso producente, riguardo allo studio: un’intera giornata di fronte a me, nessun impegno, il lunedì di vacanza davanti, le amiche troppo stanche per rischiare di essere coinvolta in qualcosa di pomeridiano e nullafacente, il ragazzo troppo lontano perché si potesse essere distratti. Ed invece come un cancro il sonno mi ha preso e scaraventata con la pancia piena sul letto, con un rivolo di bava sul cuscino e il sole che entrando mi scaldava la schiena. Dunque, da sveglia, presa la decisione di abbandonare il progetto di riscrivere il libro di “Geografia generale” , mi era messa sotto, prima di cena, e in due ore e mezza ho letto freneticamente, senza capirvi nulla e odiando sempre più la materia, interrogandomi non tanto sull’utilità di tale attività, quanto sulla mia incapacità di rapportarmi in modo sano e maturo con qualcosa che è puro dovere. Il mio senso del dovere si era sviluppato dai primi anni delle elementari, dove non osavo giocare se prima i compiti non erano finiti: ora che ci penso era meraviglioso avere come unica occupazione culturale quella di colorare gli spazi bianchi di una pagina dell’abbecedario. Successivamente alle medie ero l’indiscussa migliore della classe, non per mie capacità o impegno spiccati, ma perché gli altri “studenti” erano grassi, stupidi e volgari. Il resto, di questi cinque anni di cui ancora non si riesce a vedere la fine, è noto: sofferenze, sudori, umiliazioni, voti bassi, irriconoscenze, depressioni, schifo, rifiuto, annullamento della personalità, isteria, fame nervosa e tutto il resto.
Oltre al sonno e allo stomaco pieno di cibi grassi, ha collaborato alla mia distrazione di questi giorni, un libro. Quando un libro, un libro di qualcuno bravo che fa narrativa buona, che racconta bene storie che sono apprezzabili da persone potenzialmente stimabili, che però non è uno studioso saputello di lettere classiche, quando un libro di questo genere interrompe, distrae e distoglie da studi obbligati, ci si sente un po’ meno in colpa. E’ sempre cultura, mi dico, mi fa anche più bene della tettonica a zolle, penso, di certo Ian McEwan avrà qualcosa in più da dirmi che cento pagine sul metamorfismo della rocce. E così leggo. Leggo e mi faccio prendere più del dovuto, mi immergo, leggo con ansia e fretta, salto le parole per arrivare prima alla fine, per cercare di rendere il capitolo indispensabile alla mia vita, per giustificare il tempo che non sto spendendo china sulla pagina delle onde sismiche. Questa mattina ho passato la maggior parte del tempo su L’amore fatale, anche se mi ero ripromessa di dedicarmi solamente allo studio. Poco prima di pranzo chiama una mia amica, e mi invita ad un pomeriggio sul terrazzo, a studiare insieme, nella speranza di una reciproca costrizione, consapevoli della nostra capacità di distrazione; nell’invito c’era una sottile nota di solidarietà e comprensione, che mi hanno rassicurato e convinta che sarei stata pronta per l’interrogazione di mercoledì, che avrei potuto spendere altro tempo sulle pagine del romanzo e lasciare al pomeriggio il resto, con la convinzione che tra amiche tutto sarebbe stato più semplice. Con l’avvicinarsi del pranzo e subito dopo, ho iniziato a percepire una strana sensazione di disagio, una crescente preoccupazione, il libro di McEwan si stava fecendo sempre più angosciante, le immagini di un film tratto da esso continuavano a tornarmi alla mente, fuori il cielo si faceva sempre più grigio, e lo studio continuava ad essere rimandato. La mia amica abita a mezz’ora da casa, e nonostante mi piaccia camminare ascoltando la musica e fumando una sigaretta, l’idea di me vagante per le strada deserte di fine aprile, con la borsa piena di libri che avrebbero dovuto essere studiati molto tempo prima, e con la prospettiva di un pomeriggio di studio, la cui intensità era ignota, poiché dipendeva dall’umore e dalla voglia delle altre amiche, ha suscitato in me una cupa sensazione, quasi mortifera, un’irrequietezza che cresceva col passare delle ore trascorse lontane dai libri scolastici; mi dicevo: ma non ti basta sederti e prendere in mano la penna ed iniziare a leggere?! Eppure è più forte di me, questo perdere tempo, la pigrizia genera in me il desiderio di fare cose assurde, tutte, purchè quella che devo fare.
“Non riuscivo a trovare il termine adatto a definire la sensazione che stavo provando. Non pulito, contaminato, assurdo, una condizione fisica ma in qualche modo anche morale. E’ chiaramente falso che senza linguaggio non esista pensiero. Io avevo un pensiero, uno stato d’animo, una sensazione e stavo cercando il modo per dire ciascuno di essi. Se la colpa si riferisce al passato, allora come si riferisce lo stesso concetto in rapporto al futuro? Intenzione? No, e neppure influenza sul futuro. Colpa e presagio, legati dal filo che cuce il passato al futuro, ruotando intorno al presente, unico istante davvero vivibile. Non era esattamente paura. La paura è un concetto preciso, che prende corpo intorno a un oggetto. Terrore era termine troppo forte. Paura del futuro. Apprensione, dunque. Sì, ecco, più o meno. Era apprensione.”
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But I’ll get to Mexico before I die
Damien Rice ha espresso, domenica scorsa al Conservatorio, quello statement che mi piace definire come la costante della legge di Murphy:
“Life has this wonderful way of giving you plenty of shit”
Ricordando però l’eccezione del grandioso Mark Knopfler:
“Everybody’s looking for
Somebody’s arms to fall into”
Postato da claretti.
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Madame George and Sandy Row
Si parlava tempo fa di come l’India fosse il posto dove tutti andavano, dove ognuno sentiva la necessità di andare, dove ogni singolo, una volta tornato, era come rigenerato, e costruiva la sua vita di adulto su basi solide ed equilibrate, dopo le possibili e dure sofferenze passate lì lontano.
Credo che fosse una mania comune, una moda come altre, una di quelle scelte collettive compiute da coloro che seguivano il flusso di ciò che volevano fare, di ciò per cui volevano esserci: gli eventi. E gli eventi, si sa, compiono giri particolari, secondo cerchi che sbalordiscono e si incrociano, non solo per vie già percorse, ma anche e soprattutto, per quelle che sono le coincidenze che convincono che nulla avvenga per caso e che tutto sia un gioco equilibrato in modo estremamente interessante, un ordine che stimola senza tregua la curiosità, che fa inciampare quando si crede di aver trovato una legge che determini precisamente le dinamiche ignote per cui ciò che accade, accade.
Le esperienze registrate si coniugano alle riflessioni ed alle ipotesi possibili in modo confuso, con la coscienza che prima o poi verrà data una qualche esauriente spiegazione; tutto ciò però si muove senza ritmi definiti, con scarti, avanzi e indietreggiamenti la cui natura non è giustificabile se non con l’evidenza del limite della mente che ci appartiene.
Questo studio si muove quindi incerto, e rende perfetta simmetria all’apparente magma confuso della realtà, che racchiude però, ne si è certi, una qualche ragione inalienabile.
Durante l’ascolto di Madame George, canzone di Van Morrison, cantata questa volta da Marianne Faithfull, due versi avevano in particolare colpito la mia attenzione: “gone for cigarettes and matches in the shops” e “on the train from Dublin up to Sandy Row”. Dopo una breve ricerca ho raccolto svariate informazioni: “SandY Row va dal Boyne Bridge sopra la vecchia linea ferroviaria di Dublino fino alla stazione di Great Victoria Street, poi attraversa Donegall road e prosegue fino all’inizio di Lisburn road”. Molte di queste strade mi erano note, più di tutte Donegall rd. dove avevo passato la notte; inoltre appena scesi dalla stazione, arrivati da Dublino (proprio come dice il testo) avevamo chiesto informazioni per l’ostello e una serie di loschi personaggi ci aveva indicato una direzione, che poi si scoprì direttamente opposta alla nostra destinazione, e ci eravamo trovati sul ponte sopra la ferrovia, in una strada deserta, tra mattoni rossi e binari dismessi. Il giorno dopo, usciti dall’ostello, ci eravamo diretti a casaccio verso la strada più vicina, che sapevamo però essere non proprio in centro città, non volendo vedere la parte commerciale di Belfast, e camminando ci eravamo trovati in quella che era la strada dei loyalists, anglofili e protestanti, classe operaia; un po’ più avanti si incrociava Divis Street che diventa Falls Road e si entra così nel quartiere cattolica. Quella piccola stradina umida e grigia dei loyalists è Sandy Row, piena di negozietti polverosi, la cui maggior parte sembrava come chiusa, o addormentata; anziani con i bastoni, la coppola e la faccia coperta di rughe arrabbiate; ragazze madri con il viso roseo e liscio e bambini con le orecchie a sventola nelle carrozzine; edifici smozzicati e graffiti sgargianti, bandiere rosse e bianche da ogni parte. Avevo perso l’accendino da qualche parte in macchina, sapevo che sarebbe stato facile ritrovarlo, ma ero troppo pigra per cercarlo, inoltre volevo spendere poco e mi erano rimaste pochissime sigarette. Sempre in quella stradina avevo visto qualcosa che assomigliava ad un tabacchi, ed ero entrata per comprare accendino e marlboro da dieci. C’era al bancone una ragazza che doveva aver avuto la mia età o forse poco più, notato che ERO straniera, arrossisce alle mie domande, come intimorita. Pensandoci un attimo le sigarette erano troppo care e le sterline troppo poche, per l’accendino turistico avrei potuto aspettare, e i fiammiferi mi sembravano una soluzione brillante per le mie esigenze tabagiste. Chiesi una scatola ma mi resi conto che era troppo poco e così ne presi due e pagai 60 centesimi. Mi dimenticai di dire please, e ciò turbò ancora di più la ragazza, e imbarazzò me rendendomi conto della maleducazione che cercai di riparare con un grande sorriso, che non credo però sia stato d‘aiuto.
The kids out in the street collecting bottle-tops
Gone for cigarettes and matches in the shops
Happy taken Madame George
Thats when you fall
(…)
On that train from Dublin up to Sandy Row
Throwing pennies at the bridges down below
And the rain, hail, sleet, and snow
Say goodbye to Madame George
Postato da claretti.
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Legge di Murphy:
Se qualcosa può andar male, lo farà.
Corollari
1. Niente è facile come sembra.
2. Tutto richiede più tempo di quanto si pensi.
3. Se c'è una possibilità che varie cose vadano male, quella che causa il danno maggiore sarà la prima a farlo.
4. Se si prevedono quattro possibili modi in cui qualcosa può andare male e si prevengono,
immediatamente se ne rivelerà un quinto.
5. Lasciate a se stesse, le cose tendono a andare di male in peggio.
6. Non ci si può mettere a far qualcosa senza che qualcos'altro non vada fatto prima.
7. Ogni soluzione genera nuovi problemi.
8. I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedirgli di nuocere.
9. Per quanto nascosta sia una pecca, la natura riuscirà sempre a scovarla
10. Madre Natura è una puttana.
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Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione.
Ho appena finito un libro. Era tanto che non mi capitava di leggere un libro in così poco tempo. Meno di un’ora, 85 parole stampate larghe, certo, capitoli brevi e molte pagine bianche qua e là. Mi ero dimenticata come fosse iniziare e poi finire una lettura così intensa, tutto in un breve spazio di tempo, in un tempo che viene completamente assorbito dalle frasi e dai personaggi e dalla storia, tempo che si dilata e diventa unico tempo di questa giornata, dove par’essere il grande e unico evento da un po’ di giorni a questa parte, e insiste per tutto l’oggi intero, sembra che l’unico evento possibile e ricordabile e celebrabile sia la lettura di questo libro.
Mi ero dimenticata come fosse girare l’ultima pagina, leggere l’ultima parola e chiudere infine il retro copertina: è un’alienazione, è un risveglio forse, è simile a quella sensazione dei sogni, quando si immagina di cadere dall’alto e ci si risveglia nel momento in cui ci si sarebbe dovuti schiantare al suolo, e quando si aprono gli occhi è, per un attimo, come essere sospesi nel vuoto, con l’aria che scorre sotto: poi si cade e il tonfo è tutto nel cuore; ecco proprio così, si alzano gli occhi dal libro ormai chiuso, finito, usato, e magari si accenna un sorriso ed è difficile mettere a fuoco gli oggetti intorno, ricordarsi che ore sono, riprendere a fare quello che si faceva prima di iniziare. Prima di iniziare, ecco, cosa c’è di più noioso di “prima di iniziare”?
Ci sono alcuni libri avvincenti, talmente tanto coraggiosi e incalzanti che più ci si accorge di raggiungere il loro termine più si accelera la lettura, diventata distratta, è ansiosa, ingorda e quando finalmente si intravede l’ultima pagina, bisogna vincere con immenso sforzo il desiderio di leggere l’ultima parola prima del punto fermo. Nonostante sia un mito decisamente infantile, io continuo ad essere convinta che nell’Ultima Parola sia racchiuso il segreto, la chiave magica per aprire l’ultimo senso, il vero senso della Storia. E’ una cosa sciocca; molte sono solo storie, altre possiedono fior di saggi e critiche, alcune infine lasciano interdetti e allora si finge di comprenderle.
Un altro tipo di libro costringe ad un particolare comportamento quando si è in prossimità della fine. Sono anch’essi libri avvincenti, o che per lo meno interessano profondamente il lettore; non sono, non devono solo essere testi che corrono, con personaggi che agiscono molto; descrivono paesaggi o persone, possono saltare i secoli e durare un’ora, puri dialoghi o sole riflessioni, avventure o filosofia. In essi il lettore vede tutto ciò che ha sempre voluto in un libro, si gode il testo come non ha mai fatto prima, individua parallelismi e contrasti, si convince di comprenderlo perfettamente, come non ha mai fatto nessun altro, in alcuni casi si innamora dei protagonisti o piange per loro, altre volte ancora è i personaggi stessi ed allora interviene la psicosi massima e si è convinti di essere scritti per quel libro. O quel libro è scritto per noi.
Bene, durante l’avvicinamento alla fine (di questi testi che possono essere chiamati Libri e non semplicemente libruncoli), il lettore inizia a sentirsi teso, preoccupato sempre più che le pagine diminuiscono, vede nel termine delle parola la conclusione di un mondo che egli non vuole finisca e che desidera sia reale, e la cui mancanza, ne è certo, non può che danneggiarlo. Inizia, allora, a razionare le pagine, i capitoli, i paragrafi, le frasi, diluisce le lettura in giornate lunghissime, settimane, sudando pur di riuscire a prolungare il piacere nei tempi permessi all’uomo, cerca, senza riuscirci di rendere una lettura infinita, un libro senza termine.
Tutto questo dopo Bonsai, Alejandro Zambra.
Entrambi sapevano, come si suol dire, che fine era già scritta, la loro fine, quella dei giovani tristi che insieme leggono romanzi, che si svegliano con i libri sparpagliati tra le coperte, che fumano molta marijuana e ascoltano canzoni diverse da quelle che singolarmente preferiscono (di Ella Fitzgerald, per esempio: sono consapevoli che a quell’età è ancora lecito aver scoperto da poco Ella Fitzgerald). La fantasia di entrambi era terminare almeno Proust, stringere i denti per sette tomi e che l’ultima parola (la parola Tempo) fosse anche l’ultima parola prevista tra loro. Resistettero a leggere, sventuratamente, poco più di un mese, al ritmo di dieci pagine al giorno. Si fermarono alla pagina 373 e il libro restò, da quel momento, aperto.
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SEPARATED AT BIRTH

On the left Nicola, deep blue eyes and a sublime brain; a dreamer with a big heart and a great sense of humor. On the right my new hero: Cillian Murphy; it's pure love; it's the dark hair and the blue-sky penetrating gaze, it's the high cheekbones and the "sharply defined" jaw, it's the full lips, it's the irish red sideburns, it's the freckles, and the crooked smile.
I love both of them, and from both of them I can get the most thrilling and exciting love experiences. You won't ever know what's behind a troubled and distorted idea of "love experience" (and, trust me, it's better), but "I swear on the best of my abilities" that this insane love will last forever.
Così, per celebrare il mio più esteso e disperato fancazzismo, in questo ilare anno scolastico in cui l'angoscia e l'ansia di un gran disegno sono direttamente proporzionali al "cazzeggio a più non posso". E' ora di rimboccarsi le maniche, esco a prendere i libri base per la tesina, Tirso de Molina, il Faust e il terzo tomo di Enten Eller, ma già so che finirò altrove.
(Per il povero Cillian, così rovinato sulla foto, non c'era rimedio; qui però una visione migliore)
Postato da claretti.
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LA GRANDE MERDA
La storia di una buona stella.
Anno scolastico 2006/2007.
Una produzione Chiappe Sporche in associazione con: Generazione Sfigatissima, Classicamente Rottinculo, Accoppa lo Studente e Riforme per Patentandi '07.
Direttore di produzione: Giuseppe Fioroni.
Regia: Quel Bel Popò di Nuovo Governo.
Tra i protagonisti anche l'attrice Miranda de la Merd, insieme a Valetudo LiMonta (tutti), Alberto Bargigia, Matilde d'Affancul, e, per la prima volta sullo schermo, la troupe teatrale Baciati dalla Fortuna.
(C'è ben poco da ridere)
http://www.pubblica.istruzione.it/news/2007/esamestato_materie2007.shtml
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